IT LAW | Tempo di lettura 2 min

L'Hosting Provider attivo: l'ultima interpretazione giurisprudenziale (parte prima)

Diego Ganeo, 08/02/2022

"Safe harbor". Così la dottrina ha definito nell'ultimo ventennio la posizione privilegiata dell'hosting provider con riferimento alla responsabilità del medesimo per i contenuti memorizzati dagli utenti nell'ambiente cloud da questi messo a disposizione. In particolare, ai sensi del combinato disposto degli artt. 14 e 15, Dir. 2000/31/CE, non sussiste un generale obbligo di sorveglianza sulle informazioni memorizzate né un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite. Sussiste, invece, un obbligo di agire immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l'accesso nel momento in cui l'hosting provider venga a conoscenza di fatti o di circostanze che rendono manifesta l'illegalità dell'attività o dell'informazione memorizzata dagli utenti.

In tale contesto, si usa appunto parlare di "hosting provider passivo". Una passività, peraltro, in senso lato, che la giurisprudenza internazionale meglio definisce quale fornitura neutrale del servizio, mediante un trattamento puramente tecnico e automatico dei contenuti memorizzati dagli utenti (CGUE 12/07/2011, causa C.-324/09, "L'Oreal v eBay") ovvero quale attività "di ordine meramente tecnico, automatico e passivo, con la conseguenza che detti prestatori (nda: gli hosting provider) non conoscono né controllano le informazioni trasmesse o memorizzate dalle persone alle quali forniscono i loro servizi" (CGUE 7/08/2018, causa C-521/17, Cooperatieve Vereniging SNB-REACT U.A. v Deepack Mehta).

La fattispecie inquadrata dalla normativa internazionale poteva ben aderire alla maggioranza dei casi concreti dell'ultimo ventennio, quando gli hosting provider si limitavano, effettivamente, al mero stoccaggio di contenuti. Un approccio così "delicato" e poco invasivo, tuttavia, appare oggigiorno residuale. Esemplare, in tal senso, è il caso R.T.I. S.p.A. v Qlipso Inc. e Dailymotion S.A., deciso dal Tribunale di Roma nel 2021. A seguito di queste due sentenze, quanto meno secondo il diritto italiano, il "safe harbor" non sembra più così sicuro.

A breve pubblicheremo la seconda parte dell'articolo, rimanete sintonizzati!

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